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Anni 80
Le cose
cambiarono ben poco quando (1 gennaio 1986) la Società Autonoma
delle Ferrovie dello Stato si trasformò in Ente
economico pubblico, dotato di una propria
autonomia giuridica e gestionale. I presidenti –
si chiamassero essi Ligato o Schinberni –
rimanevano sempre di nomina politica e per il
loro operato dovevano rendere conto più alle
segreterie di partito che agli utenti o ai
cittadini, mentre le ferrovie italiane
continuavano a rivelarsi un pozzo senza fondo,
cioè una fabbrica di crescenti passività (dai 13
mila miliardi di lire nel 1985 ai 17 mila
miliardi nel 1989), anche a causa del continuo
calo dei passeggeri e delle merci trasportate
(appena l’8 % del totale nel 1985). Se nel 1950
le tariffe – come ebbe a dichiarare il
presidente Ligato in un’intervista a
L’Espresso del 1988 – “coprivano il 95 per
cento delle spese”, adesso erano “sufficienti a
finanziare” appena “il 17 per cento dei costi
sopportati dalle Ferrovie dello Stato” e in
questo contesto parlare di “sfascio ferroviario”
non appariva più un’iperbole. Di fronte ad un
simile stato di cose poco serviva che il
presidente della Fervet ricordasse al Ministro
dei trasporti Signorile (1985) lo “enorme
patrimonio umano, tecnico ed organizzativo”
accumulato dalla Società “durante la sua ormai
lunga vita”, o lo ”alto grado di
specializzazione e di efficienza” raggiunto “sia
nel settore delle riparazioni, sia in quello
delle costruzioni ferroviarie”. Tutte queste
“capacità” erano state da tempo “riconosciute
dalle FS”, che avevano “incluso” la “azienda
nell’elenco dei loro fornitori” ufficiali,
“classificandola in numerose specializzazioni”,
ma a questo punto non era più una questione di
insensibilità morale o di cattiva volontà
politica, quanto piuttosto di incompatibilità
finanziarie ed economiche. In altre parole, lo
Stato non disponeva più delle risorse necessarie
per dare una risposta positiva alla crescente
“preoccupazione di ricupero dell’ambiente”,
soffocato dal trasporto su strada, o alle
sensate “considerazioni di ordine umano,
sociale, urbanistico ed economico”, che
esigevano un potenziamento del trasporto su
rotaia. Eppure la speranza di “un recupero ed un
rilancio del trasporto per ferrovia” non
abbandonò mai gli amministratori della Fervet,
che dal “caotico ed ormai insostenibile dilagare
del trasporto su strada” (1987) traevano auspici
di una inevitabile ma sempre procrastinata
inversione di tendenza. Di qui il loro
arroccamento su prospettive di “accrescimento” e
di “potenziamento” del “patrimonio di
esperienze, di tradizioni e di
specializzazioni”, messo insieme dalla Società
nei tanti decenni di vita. Ancora nel 1988 essi
ribadivano “la bontà delle scelte, a suo tempo
fatte”, di mantenere l’azienda “nel campo
ferroviario, ampliandone anche territorialmente
le capacità produttive”. La logica delle cifre
stava dalla loro parte, visto che nel 1989 “solo
il 10 % delle merci” italiane venivano
“trasportate su rotaia”, a fronte di un 40 % in
Germania e di un 55 % in Francia, ma l’auspicio
che una “quantità sempre maggiore delle risorse
nazionali (e internazionali)” venisse destinata
al potenziamento delle “infrastrutture”
ferroviarie rimase lettera morta, così come la
speranza che i politici smettessero di
privilegiare “il pubblico a danno del privato”
ed assegnassero “le commesse sulla base
dell’efficienza e dell’equilibrio tra costi e
ricavi” (1988). A questo punto la “lunga
tradizione di serietà, di esperienza, di
specializzazione” non valse a preservare la Fervet da una lunga fase di
declino, le cui manifestazioni più eclatanti
furono una progressiva riduzione del personale e
la chiusura degli stabilimenti di Bologna, di
Viareggio (1990) e di Bergamo (1997).
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